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Diserbo biologico in vigna

Quando si parla di diserbo biologico in vigna, la prima tentazione è pensare a una semplice sostituzione: prima si usava un prodotto chimico, adesso si usa qualcos’altro. In realtà il discorso è molto più interessante, e anche molto più concreto.

In agricoltura biologica non si tratta solo di “non usare” qualcosa, ma di cambiare completamente il modo di guardare il vigneto.

L’erba, per esempio, non è sempre una nemica. Può diventarlo, certo, se compete troppo con la vite, se trattiene umidità nei momenti sbagliati, se rende difficile lavorare tra i filari. Ma può essere anche una risorsa: protegge il suolo, ospita insetti utili, mantiene vivo l’ambiente della vigna e contribuisce a creare un equilibrio più stabile.

La vera domanda, quindi, non è: “come facciamo a eliminare tutto?” ma: “come facciamo a gestire bene quello che cresce?”

Ed è qui che entra in gioco il diserbo biologico, o meglio una gestione del suolo più consapevole, dove il lavoro meccanico, l’inerbimento e l’osservazione quotidiana della vigna diventano strumenti fondamentali.

Perché dire no al diserbo chimico

Il diserbo chimico è stato per anni una scorciatoia molto utilizzata: rapido, efficace, comodo. Passi, distribuisci il prodotto, l’erba secca. Fine del problema. Almeno in apparenza.

Il punto è che in vigna, come in natura, i problemi non spariscono mai davvero: spesso si spostano. Un terreno trattato in modo aggressivo può perdere biodiversità, vitalità, capacità di respirare. Gli organismi utili diminuiscono, il suolo diventa più povero, l’equilibrio si rompe.

E quando si rompe l’equilibrio, la vite diventa più fragile. C’è poi un tema ambientale molto concreto: l’inquinamento delle acque, delle falde, dei fossi, dei terreni. Tutto ciò che viene distribuito in campo non resta magicamente lì, fermo, immobile. La pioggia, il vento, la pendenza delle colline, il naturale movimento dell’acqua fanno il resto.

Per questo scegliere di non utilizzare diserbanti chimici non è una posa romantica. È una decisione agricola precisa. Significa accettare più lavoro, più passaggi, più attenzione. Ma significa anche avere un rapporto diverso con la propria terra.

Nel mio caso, questa scelta si inserisce in una filosofia più ampia: lavorare in biologico, usare uve di produzione propria, seguire ogni fase del processo e privilegiare la qualità rispetto alla quantità. Non è un dettaglio tecnico ma un modo di fare vino.

Il diserbo meccanico: più fatica, meno scorciatoie

Il diserbo meccanico è una pratica semplice da spiegare, meno semplice da fare bene. In sostanza, invece di eliminare l’erba con un prodotto chimico, si interviene con attrezzi specifici che lavorano il terreno, soprattutto nella zona sottofila, cioè quella più vicina alla vite.

Sembra una cosa banale ma ti garantisco che non lo è. Perché lavorare sottofila richiede precisione: bisogna contenere l’erba senza danneggiare le piante, senza compromettere le radici, senza disturbare troppo il suolo.

Bisogna entrare in vigna nei momenti giusti, con le condizioni giuste, tenendo conto del meteo, della crescita dell’erba, dell’umidità e dello stato della vite.

È un lavoro più lento. Più faticoso. Più costoso, anche. Ma ha un vantaggio enorme: non sterilizza la vigna. La accompagna.

Il diserbo meccanico permette di tenere sotto controllo la competizione tra erba e vite senza trasformare il vigneto in un terreno nudo, spento, impoverito. È un approccio meno drastico, più ragionato.

L’interfila inerbita: biodiversità, equilibrio e vita

Uno degli aspetti più importanti è la scelta di non lavorare tutto allo stesso modo. Il diserbo meccanico viene effettuato soprattutto sottofila, mentre l’interfila può rimanere inerbita. Questo crea una differenza fondamentale.

L’interfila inerbita diventa uno spazio vivo. Non un “disordine” da eliminare, ma un ambiente utile. Qui possono trovare posto insetti, microrganismi, impollinatori, erbe spontanee, radici che trattengono il terreno e contribuiscono alla sua struttura. In collina, questo è ancora più importante, perché il suolo va protetto dall’erosione e dagli effetti sempre più irregolari del clima.

In un territorio come quello di Costigliole d’Asti, a cavallo tra Langhe e Monferrato, il vigneto non è mai solo vigneto. È paesaggio, identità, ecosistema. Le vigne stanno dentro un contesto fatto di colline, boschi, campi, fossi, insetti, fioriture, stagioni. Ogni scelta agronomica ha un impatto che va oltre il filare.

Lasciare l’interfila inerbita significa quindi dare spazio alla biodiversità. E la biodiversità non è solo una bella parola da convegno: è una forma di difesa naturale. Più un ambiente è ricco e vario, più è capace di reagire, compensare, resistere.

Rame, zolfo e trattamenti: usare il minimo indispensabile

Nel biologico non significa che non si faccia nulla. Significa che si lavora con strumenti diversi e con una logica diversa. Per la difesa della vite, i prodotti di copertura più tradizionali sono il rame e lo zolfo, utilizzati con attenzione e senza eccessi.

Il punto non è trattare tanto. Il punto è mettere la pianta nelle condizioni migliori per averne bisogno il meno possibile.

Un vigneto più equilibrato, con un suolo vivo e un microclima ben gestito, può essere meno esposto a situazioni estreme. Questo non elimina i rischi, perché la vite resta una coltura delicata e il meteo oggi è sempre più imprevedibile. Però aiuta a costruire un sistema più sano.

Il mio obiettivo è ridurre al minimo gli interventi e ottenere uve pulite, sane, capaci di arrivare in cantina senza portarsi dietro ciò che non serve. La differenza si gioca già lì, molto prima della vinificazione.

Zero residui e vino più pulito: cosa significa davvero

Quando si parla di residui nel vino bisogna essere seri, senza fare terrorismo e senza semplificare troppo. Il tema non è spaventare chi beve, ma spiegare una scelta.

Lavorare senza diserbo chimico significa ridurre alla radice la possibilità che determinate sostanze entrino nel ciclo produttivo. Se in vigna non si usano erbicidi chimici, quei residui non diventano parte della storia dell’uva e del vino. È un ragionamento semplice, quasi elementare. Ma molto importante.

Il vino, per Emanuele Gambino, deve essere l’espressione di una terra, non il risultato di una scorciatoia. Deve raccontare il vitigno, l’annata, il lavoro, il territorio. Tutto ciò che è superfluo va evitato.

Questo non vuol dire fare vini “lasciati al caso”. Al contrario: significa essere ancora più rigorosi. In cantina servono pulizia, attenzione, tecnologia quando è utile, rispetto dei tempi e interventi misurati. Ma il punto di partenza resta sempre lo stesso: portare dentro uve sane, ottenute da vigne sane.

Una viticoltura biologica non deve sembrare perfetta. Deve essere viva

C’è un’immagine un po’ falsa della vigna “bella”: filari ordinatissimi, terreno nudo, nessuna erba, tutto pulito come un giardino disegnato con il righello. È un’immagine che rassicura, certo. Ma non sempre racconta una vigna in salute.

Una vigna biologica può apparire più mossa, più viva, più variabile. Può avere erbe tra i filari, fioriture spontanee, zone diverse tra loro. Non è trascuratezza. È vita.

La vera cura non coincide con il controllo totale. Coincide con la capacità di accompagnare un ecosistema senza impoverirlo.

Questo approccio è particolarmente importante oggi, in un momento in cui la viticoltura deve fare i conti con estati più calde, piogge concentrate, periodi siccitosi e annate difficili da prevedere. Un suolo vivo, coperto e ben gestito può aiutare la vigna ad affrontare meglio gli stress. Non fa miracoli, ma costruisce resilienza.

Il consumatore spesso non lo vede. Ma lo beve

C’è un aspetto che merita di essere detto con schiettezza: tutto questo lavoro, spesso, il consumatore finale non lo vede. Vede la bottiglia, l’etichetta, il calice. Magari legge “biologico”, ma non sempre immagina cosa ci sia dietro.

Il diserbo meccanico non è una cosa “da raccontare” solo perché suona bene. È una pratica che cambia il modo in cui la vigna vive. E se cambia la vigna, cambia anche il vino.

Magari non lo si percepisce con una frase tecnica durante la degustazione. Magari non si dice: “sento il sottofila lavorato meccanicamente”. Però si può percepire una maggiore pulizia, una certa autenticità, una coerenza tra quello che si beve e il luogo da cui arriva.

Meno chimica, più responsabilità

In buona sostanza, il diserbo biologico non è una moda e non è nemmeno una soluzione magica.

Per me significa anche comunicare che la vigna non è una fabbrica, ma un organismo. Significa capire che il suolo non è un supporto inerte, ma una parte fondamentale del vino. Significa lavorare con l’erba, con il clima, con gli insetti, con la biodiversità, con i limiti e le possibilità della natura.

Meno scorciatoie, più lavoro.
Meno chimica, più equilibrio.
Meno apparenza, più sostanza.